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lunedì 20 aprile 2009

Lo Champagne delle Fate



Ci è piaciuto subito il nome: lo champagne delle fate. La ricetta è tratta dal libro La cucina di Robin Hood, una divertente guida alla raccolta di frutti, fiori ed erbe da cucinare insieme ai bambini: le preparazioni sono semplici e hanno tutte il fascino delle fiabe.
Così siamo tornati da una passeggiata con delle bellissime ombrelle di sambuco, che messe a fermentare al sole in uno sciroppo di acqua, zucchero e limone, imbottigliate e lasciate due settimane in cantina, danno un "vero" spumante! La bottiglia fa il botto, e questo vale già il lavoro, il "vino" è gasato al punto giusto, leggermente asprigno e aromatico.
In realtà ho scoperto che l'origine di questa preparazione è molto antica e tramandata dal sapere contadino come vino dei poveri, la ragione si intuisce. Ne ho trovato una variante anche su un vecchio libro di cucina ligure La cuciniera genovese: possiedo la tredicesima ristampa, datata 1947, dell'edizione originale che risale al 1863. La mia nonnina 95enne me l'ha affidato ieri, quasi come un testamento. Ma di questo ne parlerò poi.

L'utile e il bello


Nonna è all’epilogo della vita terrena. E’ un fiorellino avvizzito, un corpicino che si svuota, quasi si accartoccia.

Non è stata persona facile. A tratti si intuiscono ancora caparbietà e rudezza, che fino a poco tempo fa sconfinavano spesso in fastidiosa intransigenza. Ora, ogni giorno un po’ di più, gli spigoli si smussano, la malinconia si fa spazio, i pensieri volgono altrove.

Ammiro molto il modo in cui si rapporta alle cose di casa. Nella sua cucina spicca sul muro questo foglio scritto di suo pugno:


Non so che modello grammaticale segua questa frase, la curiosa e certo scorretta sintassi non è importante: il significato si intuisce e racchiude la sua filosofia di vita. Nonna Tina non ha solo cura degli oggetti, ne ha rispetto. Li usa con garbo, li ripone con ordine, ne rallenta l’usura con ingegnosi interventi di riparazione. Mantiene ogni cosa senza la minima trascuratezza, dagli utensili di cucina a quelli del cucito, ai piccoli ninnoli ricordi di vita, agli indumenti che ripara con precisione e competenza, agli ingranaggi degli ingegnosi motori messi a punto dal nonno: il torchio per la pasta, il frullatore. Nulla sfugge. Addirittura, ciò che andrebbe gettato, sia esso un tappo o un banale coperchietto, trova nella sua creatività una nuova e a volte sorprendente funzione. In certe occasioni mi è sembrata avarizia, oggi mi è chiaro che non lo è: è un approccio garbato che dà valore al tempo e all’impegno di chi quelle cose le ha costruite o ha impiegato risorse per acquistarle. Mantenerle non è solo parsimonia, è soprattutto rispetto.

Vorrei ricevere in eredità anche solo un poco di questa capacità, così diversa dal sentire odierno.

 

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